Cultura e diritti, la nuova sfida della rete

Sabato, 22 Dicembre, 2007
Autori: 
Servizio Stampa IIT-CNR

Internet compie 20 anni in Italia, il commento dell'Ing. S. Trumpy, artefice dell'Internet made in Italy.

E’ stato il direttore dell’Istituto Cnuce quando Internet non esisteva neppure, e i suoi ricercatori e tecnici iniziavano i primi esperimenti di collegamento con la rete americana Arpanet. E’ l’autore di una svolta determinante nel servizio di registrazione dei domini .it che nel 1998, sotto la sua gestione, diviene a pagamento e abbandona defi nitivamente lo spirito volontaristico dato alla comunita’ da una istituzione di ricerca pubblica che lo aveva fi no ad allora contraddistinto.

E’ uno dei promotori, certo il più noto insieme a Stefano Rodotà, della Internet bill of rights, una carta costituzionale degli utenti Internet che ne tuteli, fi nalmente, i diritti primari. La storia di Stefano Trumpy è legata a doppio filo a quelle delle reti di ricerca italiane. Direttore del Cnuce dal 1983, egli si ritrova immediatamente coinvolto nella gestione della sezione italiana della rete Earn (l’European Academic Research Network). Siamo nel pieno della babele dei protocolli di comunicazione. “La discussione sui protocolli da utilizzare, anche in relazione ai nomi dei nodi di rete, andava avanti in Europa con opinioni diverse a seconda delle inclinazioni dei singoli gestori”, osserva Trumpy. “Earn Italia e’ stata una delle prime infrastrutture collegate ad Earn a utilizzare il sistema Dns (Domain Name System), che in seguito sarebbe divenuto uno dei pilastri della rete Internet.

Su questo tema, già nel 1984 Iana (Internet Assigned Numbers Authority) aveva iniziato la sua attività per individuare, nazione per nazione, le istituzioni che avrebbero dovuto essere responsabili per l’assegnazione dei nomi a dominio del tipo “country code”. La discussione approdò in Italia nel 1987, un anno dopo la realizzazione del primo link permanente del Cnuce con la rete Arpanet.

In quel periodo l’Università di Genova, sotto l’impulso di Joy Marino, si era candidata a essere il centro delegato alla gestione degli indirizzi: ma la comunità scientifica riconobbe al Cnuce Cnr, con l’accordo di Joy Marino, il ruolo di leader proprio in virtù delle specifi che competenze dei suoi ricercatori”. Con la nascita del country code “.it”, Stefano Trumpy diviene il contatto amministrativo del neonato Registro, mentre Antonio Blasco Bonito assume l’incarico di coordinatore tecnico. La registrazione dei nomi a dominio – pochi e appetibili solo per università ed enti di ricerca – avanza senza strappi per almeno sette anni.

“La gestione del Registro – aggiunge Trumpy – era affidata unicamente a personale tecnico, e il servizio erogato a titolo gratuito.” La quiete non durerà troppo a lungo; nel 1995 inizia la svolta dell’Internet commerciale. “Nel 1997 nacque l’Istituto per le Applicazioni Telematiche del Cnr (IAT-Cnr, in seguito confl uito nell’Istituto di Informatica e e Telematica, IIT), che assorbì le competenze del Cnuce.

Ma già prima erano iniziate accanite discussioni sull’evoluzione del servizio di registrazione dei nomi a dominio, i cui carichi di lavoro cominciavano a crescere in modo significativo.

Il reparto Applicazioni Telematiche del Cnuce, coordinato da Laura Abba, aveva un ruolo fondamentale nella discussione del nuovo assetto: e in quel contesto Blasco Bonito propose la creazione di una nuova organizzazione autonoma, anche dal punto di vista finanziario, che potesse gestire il servizio di registrazione dei nomi a dominio .it. “Non nascondo che già allora ero preoccupato del fatto che il servizio potesse essere gestito con criteri privatistici all’interno di un ente pubblico come il Cnr” – afferma Trumpy. Laura Abba propose a sua volta di far gestire, dal punto di vista amministrativo, il servizio all’interno del Consorzio Pisa Ricerche di cui il Cnr era socio fondatore: l’ente, privato, avrebbe permesso di gestire meglio la parte amministrativa, compresi gli incassi provenienti da un’eventuale fatturazione. La querelle si chiude con la prima, radicale riforma del servizio di registrazione concordata con i fornitori di servizi di accesso alla rete: viene messo a punto il primo contratto tra Registro e i provider, e il Cnr diviene l’unico responsabile del servizio di registrazione e mantenimento dei domini .it e, dal 1 gennaio 1998, l’erogazione del servizio sarà a pagamento: 50mila lire per ogni singolo nome.

Fin qui la storia. Ma Stefano Trumpy ricopre un ruolo di primissimo piano anche nella definizione degli assetti futuri della rete mondiale: quella che per gli addetti ai lavori è la governance di Internet. La prima riflessione è comunque per lo stato di salute della rete italiana: “Considerando il numero attuale di nomi a dominio e il bacino di utenti – dice Trumpy – oggi in Italia circa un utente su venti ha registrato il proprio nome sotto il ‘.it’; in Germania, invece, la percentuale sale fino a un utente su cinque. Credo che nel nostro paese debba diffondersi una cultura di Internet che riconosca anche l’importanza di avere un nome a dominio autonomo. Molti utenti della rete in Italia non utilizzano nomi a dominio personali sotto domini di primo livello: io stesso, forse per pigrizia, uso solo il dominio al di sotto dell’estensione Cnr.

In aggiunta, professionisti e imprese che lavorano con la posta elettronica e utilizzano servizi gratuiti (quelli, per intenderci, offerti da portali ‘generalisti’) testimoniano anche la generale mancanza di sensibilità sui rischi connessi alla sicurezza delle comunicazioni. Il Registro può essere solamente uno dei soggetti coinvolti nella sensibilizzazione degli utenti; anche altre organizzazioni devono dire la loro”.

Una svolta culturale ma anche più spiccatamente commerciale? “L’approccio economico- speculativo non è parte delle finalità del Registro del ccTLD .it e del Cnr. Certo però, se guardiamo al panorama internazionale, quasi tutti i registri Internet sono oggi organizzazioni autonome e di natura privatistica e sono convinto che anche l’Italia non dovrà fare eccezione creando una organizzazione gestita con criteri privatistici che abbia la gestione del registro come unica attivita’: in quest’ottica la ricerca del business sarà cosa giusta e sensata”. Come presidente di Isoc Italia, l’organizzazione che promuove lo sviluppo aperto, l’evoluzione e l’uso di Internet, Trumpy sostiene con forza la definizione della Internet bill of rights, la carta dei diritti degli utenti in rete. Perché è così importante? “Siamo nel pieno di un acceso dibattito”, osserva. “Alcuni giuristi sostengono che le legislazioni attuali siano di per sé sufficienti a gestire il mondo Internet; altri ritengono che la rete, per la sua continua e rapida evoluzione ma soprattutto per la velocita’ delle comunicazioni e l’aspetto di transnazionalita’, necessiti invece di una legislazione ad hoc. Personalmente credo che l’Internet ‘vecchia maniera’, senza alcuna regolamentazione, sia pura utopia: Isoc Italia e il Governo italiano sostengono pertanto un approccio di ‘co-regolamentazione’, dove tutti i soggetti coinvolti siano parte del processo regolamentare. Tutta la comunità Internet – utenti, fornitori di servizi, gli stessi governi – devono muoversi nella medesima direzione, al fi ne di rendere la rete più affidabile e garantirne lo sviluppo ordinato”.

I risultati cominciano ad arrivare: all’ultimo meeting mondiale sulla governance di Internet, a Rio de Janeiro, il sottosegretario Vimercati e il ministro della Cultura brasiliano Gilberto Gil hanno formalmente sottoscritto un accordo congiunto per la creazione di una carta dei diritti della rete. “Non sarà un processo breve”, conclude Trumpy, “ma in ballo c’è il nuovo diritto primario degli utenti: la libertà di espressione su Internet”.

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